LICEALI vs. PERITI
Le due anime dell'ingegnere?
M. Ferri

Lo so, un po' riesco ad irritare quando metto a confronto le mentalità degli studenti provenienti dal liceo (in particolare scientifico) e di quelli provenienti dagli istituti tecnici. Non nascondo che lo faccio coscientemente, anche a rischio di apparire "razzista". Spero che questo provochi qualche intervento sul mio Forum.

Normalmente chi si sente più bersagliato è il perito. La ragione è semplice: è lo studente che mediamente fa più fatica ad adattarsi al modo di ragionare tipico del mio corso. Perciò, a rischio di risultare antipatico, faccio di tutto per "stanarlo" e convincerlo ad analizzare il divario fra la mentalità da lui acquisita alle superiori e quella necessaria qui. Mi sembra, d'altra parte, di non risparmiare frecciate agli ex-liceali scientifici, conoscendo molto da vicino le loro idiosincrasie e i loro vizi.

Lasciatemi analizzare, con enorme semplificazione, le caratteristiche salienti delle due tipologie. Il perito è stato preparato ad un lavoro esecutivo più che progettuale, ed invero è stato preparato egregiamente! L'istituto tecnico è il tipo di scuola che, in Italia, raggiunge meglio il suo scopo! Questi ragazzi non si spaventano davanti ai calcoli più complessi ed hanno una favolosa marcia in più: la capacità, anzi l'esigenza di concretizzare.

Quest'ultima capacità invece è proprio ciò che manca di più al liceale, il quale facilmente si accontenta di un concetto vago, di un calcolo senza capo né coda e spesso non riesce ad accorgersi dell'incongruenza di ciò che ha fatto, confondendo o ignorando unità di misura, sbagliando macroscopicamente ordini di grandezza. Può concepire un progetto corretto nel dettaglio ma globalmente non funzionante, cosa che ad un bravo perito non capiterebbe mai.

Ovviamente questi sono problemi che non affiorano in un corso di Geometria e Algebra! Non è un segreto che nel mio corso si trovino in crisi soprattutto molti periti, talvolta anche se usciti dall'isitituto con voti altissimi (e sono quelli che più ne risentono psicologicamente). Perché? Non è difficile individuare i capisaldi a cui un perito è stato meno addestrato a prestare attenzione: l'importanza delle definizioni, la distinzione fra definizione di un oggetto matematico e un metodo per calcolarlo, fra definizione e condizione necessaria e sufficiente, la distinzione fra condizione necessaria e condizione sufficiente, fra "esiste" e "per ogni", fra ipotesi e tesi, il metodo per partire da un'ipotesi ed arrivare a una tesi.

Una barriera psicologica pericolosa (e frequente) per chi viene dal liceo è la presunzione di aver già una conoscenza sufficiente della matematica e della fisica. Spesso ciò è causa di brutte sorprese, soprattutto in Analisi. Naturalmente un'analoga presunzione, ma per le materie di tipo professionalizzante, colpisce anche i periti; è pur vero che spesso, quando si arriva a tali materie, il perito o è maturato o ... ha cambiato strada. Nelle materie di base il perito medio corre due rischi opposti: o disperarsi perché non riesce a capire che cosa si voglia da lui e piombare in un senso d'inferiorità, o snobbare la materia ritenendola inutile.

In conclusione, un perito non dovrebbe aspettarsi di rifare l'istituto tecnico; chi viene da un liceo scientifico non dovrebbe aspettarsi un liceo senza latino. Le cose cambiano per tutti e due, per fortuna! Io non sono ingegnere, ma bazzico in questa Facoltà ormai da decenni, e mi sono formato l'idea che entrambe le mentalità, entrambe le predisposizioni siano essenziali per costruire un buon ingegnere: astrazione e concretezza, logica e pratica, concetto e realizzazione. Per questo vi raccomando caldamente: contaminatevi reciprocamente! Discutete, scontratevi, aiutatevi, capitevi l'un l'altro soprattutto attraversando le barriere costituite dalla vostra precedente istruzione!

Concludo riportando un brano tratto da un articolo intitolato "Il liceo e la preparazione per gli studi universitari"; è stato scritto da un mio carissimo amico, Gabriele Anzellotti, ordinario di Analisi Matematica a Trento, che ora (2007) rappresenta tutti i matematici d'Italia nel Consiglio Universitario Nazionale; ebbi l'onore di studiare all'università insieme a lui e, se per caso avevo dei pregiudizi contro i periti, Gabriele me li fece passare ben presto: era uno studente, un matematico di gran lunga migliore di me, nonostante il mio liceo e il suo istituto tecnico.

Ricordi di scuola
(Gabriele Anzellotti)

Desidero subito ringraziare gli organizzatori per avermi invitato a partecipare a questo convegno. Innanzitutto il tema della "licealità", come poi dirò meglio, è per me molto stimolante. [...] Il Liceo è per me un luogo mitico, al quale ho a lungo guardato, e continuo a guardare, per cogliere l'essenza della nostra identità culturale. Io non ho studiato al Liceo, perché per motivi di economia familiare dovevo garantirmi la possibilità di avere un lavoro al più presto, e mi sono invece diplomato come Perito Elettronico all'Istituto Tecnico Industriale. Da ragazzo ero piuttosto bravo a scuola e ho sempre avuto l'intenzione di andare all'Università. Sapevo che la scuola di elezione per preparare agli studi universitari era il Liceo - la mia professoressa di italiano delle medie fece quasi una malattia perché non andai al Liceo Classico - così mi chiedevo: cosa si farà mai al Liceo che io non faccio qui? Prendevo un po' di libri del Liceo e me li leggevo. Soprattutto ero incuriosito dalle materie che all'Istituto Tecnico noi non avevamo. La filosofia mi attirava già allora molto, in particolare i problemi epistemologici, e non ho mai più smesso di interessarmene. La Storia dell'Arte (allora non capivo bene perché non fosse semplicemente "Arte") mi interessava meno, e non capivo perché da essa fosse esclusa la Musica... La cultura classica era il punto cruciale. Purtroppo essa è rimasta per me sostanzialmente un mistero, celato nelle lingue latina e greca, nonostante molte letture e molti sforzi. A tratti ho l'impressione che qualche cosa mi si sveli, ma più spesso, a Villa Adriana, o sull'Acropoli o a Creta, sento che mi mancano gli occhi per vedere.

Naturalmente, nella mia Scuola praticavo altre attività che al Liceo non sembravano esserci, o almeno non in modo evidente. In particolare, all'Istituto Tecnico si percepiva sempre nettamente che c'era un mondo esterno, fatto di materia e di persone e di leggi economiche, e insomma di necessità, e che le cose che si imparavano a scuola dovevano poi essere messe alla prova in quel mondo esterno. A quei tempi, nei primi due anni si facevano diverse ore settimanali di officina meccanica. Non potrò mai dimenticare quel pezzo di ferro nerastro che, insieme a due grosse lime, mi diedero in mano i primi giorni di scuola, dicendomi che dovevo trasformarlo in una piastrina a forma di basso parallelepipedo, con le facce perfettamente piane e lucidate a quarantacinque gradi, intagliato con un incastro a coda di rondine. Credo di aver avuto quattro, come voto in officina, il primo trimestre. Dopo sei mesi e una discreta quantità di vesciche alle mani, e dopo aver buttato un paio di quei pezzi nerastri che, certo per loro cattiva indole interna, non volevano mutarsi in gioielli, lucidai la piastrina e feci l'incastro. Insieme ai laboratori di fisica, di chimica, di elettronica, e insieme al disegno tecnico di precisione con l'inchiostro di china su fogli di carta lucida, quella esperienza fu molto significativa, costitutiva della mia identità. Mi sono chiesto allora, e anche dopo, se gli studenti del Liceo avessero anche loro un tale serrato confronto fra il pensiero e la materia, fra la libertà e la necessità. [...]